Osservando la pianta di Napoli il complesso monumentale di Santa Maria di Donnaregina, posto al limite settentrionale del nucleo di fondazione greca, ci appare come parte di un’insula doppia ridimensionata a occidente per l’ampliamento ottocentesco dell’antico cardine coincidente con l’attuale via Duomo.

Nel cuore dell’insula, presso il fianco della chiesa seicentesca sono stati rinvenuti resti di strutture murarie di età romana. L’isolato attuale appare palesemente formato dall’unione di due insulae semplici seguendo le osservazioni di Beloch e malgrado l’opinione contraria di Capasso e, d’altronde, il segno della persistenza di uno spazio vuoto separante longitudinalmente l’isolato è ben visibile nelle piante del Duca di Noja (1775) e Schiavoni (1877): uno spazio perfettamente allineato più a sud con il fianco occidentale di Santa Restituta e quello orientale di San Giorgio Maggiore, a conferma della preesistenza di una sequenza di cardini.

La notizia più antica che possediamo sulla presenza di un insediamento religioso in questa zona della città, quasi a ridosso della cinta muraria settentrionale, data al 780 e riguarda il convento di monache di San Pietro del Monte di Donna Regina. Il toponimo fa riferimento alla piccola altura che forse prendeva il nome di Donna Regina da quello della proprietaria del terreno. Nel documento si parla di una Curtis Turris e di una porta difesa appunto da una torre. Resti di antiche strutture inglobate nel monastero sono stati rinvenuti in più momenti, una torre è ben visibile nella veduta di Alessandro Baratta (1629) e ancora oggi l’osservazione dei luoghi, con il salto di quota verso via Settembrini, evoca l’immagine di una cinta muraria con torri.

Le suore del monastero di San Pietro erano basiliane e – secondo una Platea citata da Bertaux – tali rimasero fino all’inizio del IX secolo quando divennero benedettine; contemporaneamente il titolo del complesso mutava in quello di Santa Maria; un documento del 1191 comunque ricorda una badessa “ordinis Sancti Benedicti”. Controversa è la data di passaggio dalla regola benedettina a quella francescana; secondo Bertaux, papa Gregorio IX diede alle monache napoletane il permesso di vivere secondo la Regola delle Clarisse, adottata nel 1237, ma dev’essere comunque ricordato un documento del 1252 che fa ancora riferimento a una badessa benedettina.

Anni dopo, a causa dei gravi danni subiti nel terremoto del 1293, la regina Maria d’Ungheria, moglie di Carlo II e vicina alle clarisse, decise la ricostruzione del complesso dalle fondamenta, un evento di fondamentale importanza nella storia del complesso, anche perché, come è stato giustamente notato, “trattandosi di una delle poche chiese delle clarisse costruita in Italia ex novo e con ampia disponibilità di mezzi, Santa Maria di Donnaregina rappresenta ovviamente un monumento d’eccezione”.

Le tappe della ricostruzione trovano riscontro nei documenti: nel 1298 Anselotto de Lumiriaco, tesoriere della sovrana, pagò quaranta once d’oro per le spese del dormitorio e nel 1307 vennero devoluti al convento tutti i proventi ottenuti dalla vendita del “vino greco” ottenuto dalla coltivazione di un terreno di proprietà della regina nei pressi di Somma. Nel 1314 il praepositus Ubertino da Cremona divenne supervisore dei lavori di costruzione; nel 1320 la chiesa veniva consacrata.

Durante i lavori di costruzione si decise un ampliamento del coro (probabilmente intorno al 1318) con la costruzione di una nuova campata verso l’abside e la conseguente troncatura della prima grande monofora della navata.

La regina decise pure che alla sua morte, che avvenne nel 1323, fosse sepolta nella chiesa; la celebre tomba, ultimata nel 1326, è tra le opere più importanti di Tino di Camaino; il monastero inoltre veniva ricordato nel testamento tra gli eredi principali della sovrana.

Al nucleo trecentesco del complesso si giunge percorrendo il vico Donnaregina che fiancheggia il lato orientale della chiesa di Santa Maria di Donnaregina e al cui inizio è la chiesa di Santa Maria Ancillarum, di strutture gotiche, ridecorata nel XVII secolo e strettamente collegata al “funzionamento” del vicino e più “nobile” monastero di Clarisse.

La chiesa, così come la vediamo oggi, è il frutto del restauro operato tra il 1928 e il 1934 dal so­printendente Gino Chierici, definito da Guglielmo De Angelis d’Ossat “il restauratore più attivo e stimato dei suoi tempi”. Un restauro che, se ci ha restituito uno dei più affascinanti monumenti gotici della città, ha di fatto operato la separazione in due strutture, la chiesa “vecchia” e quella “nuova”, che storicamente non ha mai avuto motivo d’esistere. Infatti la chiesa nuova nasce inglobando le strutture della chiesa vecchia, come è accaduto spesso in molti complessi conventuali di grandi dimensioni. La possibilità in questo caso di effettuare un’operazione di ripristino di uno stato primitivo determina una soluzione di continuità tra le due chiese che esiste solo nei tempi moderni, essendo stata la chiesa nuova progettata fin dall’origine pensando a un inglobamento di quella antica che veniva destinata a funzioni diverse nell’ambito del monastero ampliato.

Esemplare per capire ciò che il restauro moderno ha comportato è la questione posta dal collocamento del sepolcro di Maria d’Ungheria per cui era stata creata nel 1727 una scenografica sistemazione, ora non più leggibile per il ritorno nella chiesa vecchia, e in una posizione non documentata, del monumento.

La chiesa trecentesca si presenta a navata unica, coperta a capriate nascoste in seguito dal soffitto ligneo cassettonato e ornato al centro con un rilievo raffigurante la Incoronazione della Vergine, opera di Pietro Belverte, databile ai primi del ‘500. La navata è conclusa dopo l’arco trionfale da un’abside luminosissima delimitata dai cinque lati di un ottagono con volte a crociera e preceduta, come accade spesso nelle chiese gotiche napoletane, da un modulo rettangolare anch’esso coperto a crociera.

Poiché la destinazione a chiesa conventuale imponeva la creazione di un coro per le clarisse, questo fu posto di fronte all’abside – con una soluzione che può trovare riscontro nella tipologia di alcune cappelle palatine e un confronto immediato con la più modesta e successiva chiesa di Santa Maria Iacobi (Santa Chiara) a Nola – creando una struttura sorretta da sei pilastri a sezione ottagonale che dà al settore più vicino all’ingresso, l’aspetto di una chiesa a sala a tre navate con volte a crociera.

La singolare tripartizione della chiesa risulta fin dalla visione del fianco esterno sul vico Donnaregina; infatti alla prima parte con il coro corrispondono tre piccole finestre che illuminano il livello inferiore; alla seconda, precedente l’abside e a piena altezza, corrispondono tre alte monofore (una delle quali, come già ricordato, risulta tompagnata per il prolungamento del coro avvenuto in corso d’opera e successivamente a una prima fase di decorazione, perché tracce di affreschi sono state rinvenute nello strombo della finestra murata); infine è l’abside in cui i setti murari sono pressoché sostituiti dalle grandi bifore. La tripartizione dell’invaso è segnalata all’esterno anche da una cornice marcapiano su cui poggiano le finestre e che quindi, in corrispondenza delle monofore più alte, presenta uno scarto vistoso.

L’aspetto esterno è perfettamente riscontrabile nel “modellino” della chiesa presentato alla Vergine da un angelo inginocchiato, gruppo scultoreo posto sulla copertura della camera funebre del monumento sepolcrale di Tino di Camaino. La facciata della chiesa non prospetta direttamente sulla strada, come spesso in molti complessi monastici napoletani di fondazione angioina (San Domenico Maggiore, Santa Chiara, Sant’Antonio Abate), ma su una corte ed è ornata da due alte monofore e da un oculo quasi tangente alla cornice delle finestre, oltre che dallo stemma della regina committente.

Scarsi sono i resti delle strutture trecentesche del convento ritrovabili nei pilastri del cortiletto-atrio, nelle tracce di una scala a chiocciola inserita in una torretta ottogonale e nei due grandi archi che si aprivano di fronte alla facciata della chiesa. Il coro delle Clarisse è decorato con il più vasto ciclo di affreschi trecenteschi oggi superstite a Napoli, gravemente alterato nella cromia per i danni causati da un incendio nel 1390 o 1391.

Come ha recentemente notato Caroline Bruzelius, se prendiamo come punto di partenza dell’intero programma architettonico “la scatola chiusa del coro delle monache, possiamo considerare l’edificio composto da quattro parti, ciascuna destinata a ospitare un particolare gruppo di fedeli: i laici sotto la galleria delle monache, nelle quattro campate della chiesa in prossimità dell’ingresso; la regina e la sua cerchia immediata, quando era presente, nella zona adiacente all’abside, fiancheggiata dalle alte finestre ogivali (dove oggi la tomba di Maria continua a rievocare la sua presenza), il clero nell’abside, alla quale si accedeva da due portali, uno a est e l’altro a ovest, e infine, naturalmente, il coro delle monache al di sopra”.

Scarse sono le notizie relative a interventi architettonici dei secoli XV e XVI; nel monastero aveva lavorato il Mormanno, ma niente è sicuramente riconducibile a lui. Restano tracce del grande chiostro su pilastri di piperno, parzialmente demolito nell’ambito dei lavori di apertura del tratto iniziale di via Duomo. La chiesa seicentesca venne iniziata nel 1617 o 1620 secondo la tradizione su disegno redatto da tempo dall’architetto teatino Giovanni Guarini, allievo di Francesco Grimaldi e morto a Piacenza nel 1615; ma ricerche d’archivio hanno smentito tale attribuzione e la chiesa risulta costruita da Giovan Giacomo Conforto. I primi pagamenti noti risalgono al 1626; nel 1627 riceve altri 70 ducati “per il servitio della sua architettura che ha servito per la nuova chiesa del monastero de Donnaregina de Napoli finito detto servitio ad ultimo de agosto de 1626; contemporaneamente iniziano i lavori di stuccatura della volta. Ultimo pagamento è del 1630, che è anche l’anno della morte dell’architetto. Il nome presente nei documenti di Giovanni Cola Franco è quello del soprastante alla fabbrica che segue dal 1626 i lavori per Conforto.

La facciata venne costruita fra gli ultimi mesi del 1625 e la prima metà del 1626 e la veduta di Alessandro Baratta del 1629 ce ne restituisce una precoce raffigurazione; il portale marmoreo è opera più tarda, del 1647, di Bernardino Landini. I lavori furono conclusi nel 1626 con eccezione della cupola, costruita nel 1654; la chiesa fu consacrata nel 1669.

Seguiamo la bella descrizione che di essa fa Anthony Blunt: “La chiesa barocca (…) è un edificio magnifico (…) La chiesa è priva di navate laterali e ha la consueta navata unica, ampia e spaziosa, con profonde cappelle separate da piloni articolati da una coppia di paraste corinzie che inquadrano statue collocate entro nicchie poco profonde. Al di sopra dell’altar maggiore, oltre un semplice muro piatto articolato da paraste, si sviluppa il coro delle monache, insolitamente profondo ed esteso sul retro fino a una parete ornata da uno dei primi affreschi di Solimena. L’ordine corinzio della navata e del coro ha un ricco fregio decorato a festoni e teste di cherubino (…) La volta a botte è suddivisa in piccole specchiature (…) alcune sono ottagonali, altre arrotondate, alcune sono quasi quadrate, altre considerevolmente allungate. L’aspetto originale della chiesa è stato alterato dal rivestimento in marmo”.

Nel 1634 Pietro di Marino disegna un soffitto ligneo per la chiesa “nuova”; Prota Giurleo e Gaetana Cantone ricordano l’attività di Jacopo Lazzari per un altare, nel 1687 Arcangelo Guglielmelli risulta impegnato nei lavori di una cappella.

I lavori di ristrutturazione e decorazione proseguirono nel corso del XVIII secolo a partire dal 1701, quando i marmorari Giovanni Raguzzino e Giovanni di Filippo risultano pagati per eseguire l’altare maggiore della chiesa in breccia di Sicilia con fregi di verde antico, sulla base di un disegno donato nel 1700 da Francesco Solimena – che pochi anni prima aveva lavorato nel coro delle monache – alla ba­dessa Caterina Pignatelli. Il pavimento del presbiterio, ricco di marmi policromi, venne realizzato da Gaetano Sacco su disegno di Vinaccia.

Sempre al disegno di Solimena sono riconducibili le paraste in marmi commessi i cui piedistalli sono posti in opera da Ferdinando de Ferdinando nel 1727.

Nel 1722 le Clarisse chiesero l’autorizzazione a occupare un suolo pubblico confinante con la strada dell’Orticello (via Settembrini).

L’atrio-chiostrino antistante la facciata della chiesa trecentesca venne rivestito di marmi intorno al 1766 da Vincenzo D’Adamo su disegno di Angelo Barone (come risulta da fonti documentarie); la tradizionale attribuzione a Ferdinando Sanfelice era stata già respinta da Blunt e da Ward.

Ancora Ward segnala che tutte le parti che Bernardo De Dominici attribuisce a Sanfelice non sono più facilmente identificabili (tra cui un belvedere sopra la facciata della chiesa); la presenza dell’architetto è però attestata per lavori vari nel 1726 e nel 1735, anni in cui nella chiesa è attivo Francesco Solimena, che con Sanfelice manteneva un privilegiato rapporto di collaborazione.

Nella sala del Comunichino delle monache, in cui si entra alla sinistra della navata, venne spostato nel 1727, per volontà della badessa Eleonora Gonzaga, il sepolcro della regina Maria d’Ungheria che si trovava nella chiesa vecchia e che fu collocato su un elegante basamento probabilmente disegnato da Sanfelice. La decorazione della sala è estremamente interessante per il riuso che vi viene fatto a scopi decorativi di numerosi monumenti sepolcrali e lastre tombali cinquecenteschi provenienti dalla chiesa vecchia.

Nel 1771, come ricorda l’epigrafe, venne realizzato il portale d’ingresso al monastero che si apre lungo il vico Donnaregina.

La facciata seicentesca della chiesa di Santa Maria di Donnaregina prospetta su un’ampia piazza che si apre lungo il Decumano superiore. La piazza, tra le poche esistenti nel nucleo più antico del centro storico di Napoli, deve la sua origine proprio alla costruzione della chiesa; le Clarisse infatti, decisa la costruzione di un tempio più ampio e moderno, demolirono gli edifici acquisiti per l’occasione lasciando, tra l’antica strada e la facciata della chiesa, uno spazio libero che in seguito fu ampliato verso oriente dal cardinale Ascanio Filomarino nell’ambito dei lavori di ammodernamento del Palazzo arcivescovile. La scenografica scalinata che sale all’ingresso sarà costruita nel XVIII secolo.

Dispute legali accompagnarono i lavori di ampliamento e ristrutturazione funzionale del complesso, con l’arcivescovo per l’ampliamento della piazza e con le suore Agostiniane del vicino convento di San Giuseppe dei Ruffi prospettante sul lato occidentale della attuale via Duomo a causa della progettata costruzione di un nuovo campanile in sostituzione del vecchio, scomodo da utilizzare e in grave dissesto statico. La costruzione venne iniziata nel 1681, ma le suore di San Giuseppe dei Ruffi fecero ricorso ai tribunali competenti ottenendo ragione e costringendo le Clarisse a rinunciare al progetto.

Parte del complesso conventuale fu interessato dai lavori di demolizione necessari per l’ampliamento di via Duomo; il confronto tra la pianta disegnata da Luigi Marchese (1804) e la pianta Schiavoni (1877) permette di valutare la grande trasformazione subita dall’insula di Donnaregina.

Francesco II aveva disposto nel febbraio del 1860 la costruzione del primo tratto di via Duomo; si cominciò quindi con la demolizione dei fabbricati posti tra via Foria e il vico Orticello (via Settembrini) secondo il progetto Travaglini-Cangiano-Francesconi; nell’ottobre dello stesso anno Garibaldi decretava il prolungamento verso il Duomo. Nel febbraio del 1861 il monastero venne quindi soppresso e le Clarisse furono costrette a trasferirsi nei monasteri di Santa Chiara e di Santa Maria Donnalbina. Il 31 luglio 1861 il Fondo per il Culto cedette in uso provvisorio la chiesa nuova all’Arciconfraternita di Santa Maria della Visitazione che vi è rimasta sino al 1972. Nel 1862 furono così rese visibili la zona di clausura, gli ambienti trecenteschi e gli affreschi coevi.

Nel 1864 la Cassa ecclesiastica trasferì la chiesa vecchia al Comune di Napoli, che la destinò a usi diversi, suddividendola in vari ambienti (De Pompeis infatti descrive gli spazi sottostanti il coro ancora come un ambiente unitario): nel 1864 vi vennero sistemati gli uffici delle guardie municipali, nel 1865 vi fu installata una scuola froebeliana, nel 1866 vennero realizzate provvisorie abitazioni per i poveri (usate fino al 1872). Dal 1872 l’edificio fu sede della Corte d’Assise e nel 1878 della Commissione Municipale per la conservazione dei Monumenti.

Nel 1876 infatti il Consiglio comunale aveva deciso di sistemarvi il Museo della città, per il quale Federico Travaglini elaborò nel 1878 un progetto; il Museo vi ebbe vita breve tra il 1892 e il 1902. Dal 1899 fu sede dell’Accademia Pontaniana.

Come già ricordato, a partire dal 1924 imponenti lavori di restauro ripristinarono l’aspetto della chiesa trecentesca; con i restauri di Chierici, che comportarono la costruzione di pilastri di sottofondazione sotto l’abside e l’eliminazione di tutti i muri divisori e dei solai che erano stati eretti all’interno della chiesa vecchia, venne distrutto gran parte del coro grande della chiesa nuova.

Chierici provvide anche alla ricostruzione, usando la stessa trachite di Pozzuoli, di alcuni dei pilastri sostenenti il coro gotico che erano stati eliminati nei vari adattamenti del complesso monumentale. Non tutti però erano stati inglobati o soppressi, come dimostra l’osservazione della pianta Schiavoni (1877) in cui è evidente la presenza di quattro volte prossime al cortile-atrio; le stesse che oggi appaiono prive di qualsiasi traccia degli affreschi con le insegne delle case d’Ungheria e d’Angiò ricorrenti in molte altre crociere, probabilmente per la loro diversa utilizzazione nel XIX secolo. Il momento più “spettacolare” e impegnativo dei lavori di restauro, sia dal punto di vista tecnico che teorico, fu quello relativo alla separazione delle “due” chiese, perché come scrisse lo stesso Chierici “l’abside trecentesca non si sarebbe potuta ricostruire nella sua integrità se non abbattendo il coro nuovo”.