Qual è il segreto potere della bellezza, che affascina gli occhi e seduce il cuore? Risiede nella proporzione, nella luminosità, nella corrispondenza tra forma e funzione oppure bisogna ricercarla in una valutazione olistica, complessiva dell'opera, nella sua interazione con il soggetto, nel suo contesto globale? E in questa considerazione che valenza ha la sua ispirazione religiosa?
Queste domande vengono in mente a chi si appresta a visitare un museo d'arte sacra. Già antichi pensatori come Platone e Aristotele avevano messo in relazione il pulcrum con il verum e con il bonum. Ne era derivata una comprensione più ampia del fenomeno estetico e s'era detto che il bello è lo splendore del vero, che c'è una “bontà” tipica della bellezza, che non si può assaporare in altri ambiti.
C'è qui una peculiarità che vale la pena di evidenziare. Infatti il bene, in genere, può essere goduto solo se lo si possiede, mentre il bello si offre mediante la semplice percezione contemplativa. Così i beni materiali per essere utilizzati richiedono di essere frazionati, lottizzati. Ciò che è mio non è tuo. I beni artistici, invece, possono essere ammirati, senza essere divisi. Una tela o una scultura può essere sotto gli occhi di tanti, senza che nessuno si senta deprivato di nulla.
L'augurio è che questo Museo – come ogni luogo d'arte – offra ai cittadini napoletani e ai visitatori stranieri una full immersion nella bellezza del passato, da valorizzare non solo come testimonianza storica di un vissuto cittadino di alto profilo e di grande sensibilità artistica, ma anche come scuola di condivisione, come laboratorio di senso civico, prezioso per una città che va affrancandosi da forme di degrado, si avvia a essere una metropoli europea aperta alle grandi correnti di pensiero, si sente destinata a svolgere una funzione di primo piano al centro del Mediterraneo.