Le opere d’arte, a qualunque momento o territorio appartengano, sono sempre e dovunque eccezionali documenti e insostituibili testimonianze della storia dell’uomo, della sua infinita vicenda esistenziale, nel suo essere e nel suo divenire. In quanto tali sono, quindi, anche concrete manifestazioni delle sue diverse istanze e scelte non solo estetiche e di gusto, ma anche della complessa realtà civile e culturale, economica e sociale, politica e religiosa, in cui esse sono state prodotte e di cui sono manifesta e incomparabile espressione.
Tutta l’arte italiana, anche se non solo, è in tal senso, nel suo lungo e articolato succedersi, profondamente segnata e caratterizzata, sia per l’antico che per il moderno e per la stessa produzione contemporanea. Ma è un dato non meno oggettivo e rilevante che la storia dell’arte in Italia è soprattutto contraddistinta dalla presenza, accanto a un consistente patrimonio di opere e oggetti con la illustrazione di soggetti profani, storici, mitologici o letterari, allegorici e/o celebrativi, di un vastissimo e incommensurabile insieme di manufatti artistici di argomento sacro, destinato a esigenze di fede e di culto, sia pubbliche che private, sia collettive che individuali. Il che, ovviamente, rispecchia ruoli e funzioni che religione e, nel nostro caso, Cristianesimo e Chiesa hanno avuto e hanno nella storia italiana e nella pur articolata e complessa realtà di ieri e di oggi del nostro Paese. Ne è conseguito che, accanto a chiese, congreghe, conventi e palazzi sedi d’istituzioni religiose, un numero straordinario di antiche testimonianze di culto e di fede, notevoli anche per qualità artistiche e quali documenti inalienabili di cultura e civiltà (che, a prescindere dagli argomenti trattati e dalla destinazione d’uso, non sono mai né solo sacre o solo profane), appartengano, variamente provenienti dal territorio circostante, anche ai nostri musei, piccoli o grandi che siano. Opere e oggetti che, tuttavia, in questi musei, per insufficienza o totale assenza di supporti didattici che ne “raccontino” vicende di storia e d’arte, indicandone provenienza e destinazione iniziali, illustrandone significati tematici e funzioni originarie (supporti che più spesso sembrerebbero oggi appartenere solo al corredo e all’arredo di alcune mostre temporanee), sembrerebbero presi per lo più in considerazione quasi esclusivamente per pregio artistico o, purtroppo, per quel valore simbolico e “totemico” assegnato, a un numero tuttavia limitato di presunti o reali “capolavori” d’arte, dai media, dalle esigenze di un crescente turismo dequalificato e all’insegna del “mordi e fuggi” o, soprattutto (ciò che è anche peggio), per il diffuso livellamento, sempre più in basso, sia civile che culturale, della società contemporanea.
A svolgere questa pur indispensabile e rilevante funzione del museo come strumento per conoscenze ampie e approfondite, come laboratorio di nuove idee e nuovi progetti per la realtà presente e per lo stesso futuro, per la produzione artistica con argomenti o soggetti sacri e con destinazione religiosa, originariamente di culto e/o di fede, da tempo anche in Italia sono presenti e operano alcune istituzioni museali o legate ad antichi complessi monastici o di pertinenza diocesana. A Napoli, ad esempio, da tempo, all’interno del monumentale complesso dei Girolamini, sede, peraltro, di un’antica e prestigiosa biblioteca in ambienti dai raffinati e preziosi arredi e decorazioni rocailles, esiste, seppur tra infinite difficoltà gestionali, una importante Quadreria; così come, accanto alla splendida sagrestia di San Domenico Maggiore, affrescata nella volta da Francesco Solimena e che conserva in alto le celebri “arche aragonesi”, fu realizzato, pochi anni orsono, uno spazio riservato alla esposizione permanente di alcuni notevoli manufatti d’arte, dal ‘400 al ‘700, di pertinenza dell’antica Basilica (ma oggi, mi è stato riferito, sostanzialmente in abbandono).
Ma ora la città, in un area del suo “centro storico” ricco non solo di straordinarie testimonianze di storia e d’arte, ma dotata di una rete museale che, accanto alla Quadreria dei Girolamini, conta la presenza, negli spazi dell’antico monastero francescano di Donnaregina, del Museo di Arte Contemporanea, noto come MADRE, del Museo del Tesoro di San Gennaro, annesso alla Cappella del Santo e alla Cattedrale, della Pinacoteca del Pio Monte della Misericordia e – ma presenza solo “virtuale”, perché sostanzialmente chiuso al pubblico da almeno un ventennio – del Museo Civico “Gaetano Filangieri”, finalmente possiede anche un suo Museo Diocesano, fortemente voluto dal compianto monsignor Franco Strazzullo e da monsignor Ugo Dovere, dopo lunga attesa finalmente completato e aperto alle visite.
Un Museo che, al di là dei criteri espositivi che si sono scelti e della importanza delle opere che vi sono state esposte, di cui altri qui sapranno dare ampio conto, ha non pochi e rilevanti meriti.
Intanto, quello di essere stato istituito all’interno della monumentale chiesa di Santa Maria di Donnaregina Nuova, splendido e sontuoso edificio di età barocca, ricco di notevoli opere d’arte, di pittura, scultura e “arti decorative” oggi o riportate nella collocazione originaria da cui per lungo tempo erano state allontanate o restituite allo stato di conservazione iniziale (o quasi), che per lunghi e lunghi anni era stato sottratto a ogni funzione sia religiosa che civile. Peccato solo che lo stesso non si sia fatto e non si faccia per l’annessa e non meno splendida chiesa di fondazione gotica, ricca di preziosi affreschi trecenteschi e con all’interno il celebre monumento funebre di Maria d’Ungheria realizzato da Tino di Camaino, esempio superbo di architettura e scultura del primo ‘300 in Italia meridionale, ma che oggi non si sa bene se affidata alla Scuola di restauro della Facoltà di Architettura o se riservata a “succursale” del vicino Museo d’Arte Contemporanea.
In secondo luogo, ma di primaria importanza, quello di aver finalmente liberato la imponente navata dell’antica chiesa da quel “mostro” di acciaio e masonite che qualche mente “scellerata” aveva tempo fa pensato di collocare lungo l’intero suo asse verticale per esporvi opere d’arte per mostre temporanee (e a questa malaugurata collocazione fu destinata anche una mostra iconografica di non poco rilievo destinata al nostro principale santo patrono, il mitico e popolare San Gennaro!).
In terzo luogo, ma non ultimo, quello di aver qui raccolto ed esposto almeno parte del patrimonio di rilevante valore storico-artistico conservato nell’antistante palazzo Filomarino, nostra prestigiosa sede arcivescovile, e, soprattutto, un numero consistente, anche se sempre ancora minimale, del vasto patrimonio di storia religiosa e d’arte “strappato” o ritirato dal gran numero di chiese della città da troppo tempo chiuse al culto o destinate a sedi e funzioni di varie attività assistenziali non sempre idonee a garantire corretta conservazione e salvaguardia delle opere d’arte che per esse erano state in origine realizzate.
Rilievi e constatazioni che, al di là del ruolo anche culturale e civile che la presenza del Museo Diocesano potrà avere per Napoli e soprattutto per una zona della nostra città di straordinario fascino, per le tante testimonianze d’infinite e intrecciate vicende di storia e d’arte che qui vi sono presenti, seppur in caotiche condizioni di vita quotidiana e di non poco degrado urbanistico e sociale, ne esaltano e ne rendono altamente meritevole la sua realizzazione e, speriamo, la sua efficiente ed efficace gestione.
Ma, almeno una considerazione o, se si preferisce, una “provocazione” anche in questa fausta occasione, mi sia concessa, non fosse altro perché espressa da chi, da napoletano che ama la sua città, alla quale ha pur dedicato, spesso vanamente, tanta parte della sua vita privata e del suo impegno professionale. Vista la impraticabilità di tante antiche chiese napoletane da anni chiuse al culto, vista la impossibilità di restituirle, per carenza di risorse finanziarie, a condizioni di sicura agibilità e vista, per inadeguatezza o insufficienza di risorse umane, la improbabilità di ripristinarne, chissà ancora per quanti decenni, le originarie funzioni cultuali e religiose, quale destinazione o destino spetterà alle tantissime opere e oggetti d’arte di provenienza ecclesiastica che sono oggi depositate a Palazzo Reale o da tempo negli ambienti annessi alla chiesa del Buon Consiglio a Capodimonte? Oppure bisognerà attendere che si dovranno realizzare a Napoli altri cinque, dieci o venti musei diocesani? Mi auguro proprio che non sia così, per Napoli, per i napoletani, per il nostro patrimonio di storia e d’arte, per il nostro futuro!